Bentrovati, runner e sportivi tutti. Quando lo scorso 11 gennaio ho recensito SuperOp, illustrandone il funzionamento e dandovi le mie prime impressioni, vi avevo promesso una seconda recensione alla luce di un uso continuo e prolungato del prodotto.

Sì, perché questo geniale misuratore dell’omeostasi (e quindi della ricettività organica all’allenamento che si andrà a effettuare) restituisce dati via via più precisi, sino a fornire il massimo dell’affidabilità dopo otto settimane di utilizzo consecutivo.

Nel poco spazio a nostra disposizione, prima condividerò con voi il mio punto di vista su SuperOp e poi farò alcune considerazioni più ampie, stimolate anche dal dibattito che questo nuovo e rivoluzionario strumento ha acceso sui social.

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SuperOp, le mie sensazioni

Una precondizione psicologica, valevole nei confronti di SuperOp come di qualunque altro prodotto, a mio parere dovrebbe essere: o lo utilizzo fidandomi o non lo utilizzo. Dopo pochi giorni ho quindi smesso di stupirmi se – sentendomi stanco o al contrario pimpante al risveglio – la percentuale di ricettività organica fornitami dalla app di SuperOp sconfessava brutalmente la mia percezione. Ricordiamoci che l’algoritmo alla base del calcolo dell’omeostasi lavora su dati ben più complessi (e precisi) di quelli intercettabili con l’istinto, e proprio qui sta il grande valore dell’oggetto della nostra recensione. Grazie a SuperOp ho potuto valutare la mia ricettività organica sia come riflesso di un singolo allenamento sia (ecco forse l’aspetto più prezioso per uno sportivo) come andamento dello stato di forma in un certo arco di tempo.

Avendo una profonda e onesta conoscenza di sé, non è in fondo difficile concordare con SuperOp: nel senso che, ad esempio, anche in settimane di allenamenti duri e appaganti la propria ricettività può mantenersi bassa, se si sta attraversando un periodo di forte stress o se ci si sta alimentando in modo squilibrato.

Per concretizzare: dopo aver partecipato alla White Marble Marathon dello scorso 24 febbraio, non ho corso fino alla domenica successiva; il mio allenatore Fulvio Massini (peraltro uno dei grandi coach che fanno utilizzare SuperOp ai propri atleti), infatti, dopo una maratona impone qualche giorno di completo riposo, per il pieno recupero psicofisico. Mi sarei dunque aspettato risposte incoraggianti dal dispositivo, che invece mi ha indicato valori di ricettività organica contraddistinti dal colore rosso (ricettività tra lo 0 e il 30%) o tutt’al più arancione (tra il 31 e il 60%). Perché?

Perché, finalmente rilassato, dopo settimane di dieta scrupolosa mi sono concesso più di una libertà enogastronomica; nel frattempo ho dovuto affrontare un paio di spinose questioni lavorative, che hanno senza dubbio inciso sulla quantità e qualità del riposo.

Ecco: SuperOp è estremamente utile come bussola della propria condizione di omeostasi, e i segnali che restituisce possono venire interpretati non solo in funzione delle proprie performance atletiche, ma anche per una verifica del proprio stile di vita.

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SuperOp, obiezioni e controbiezioni

La precondizione psicologica di cui parlavo prima viene curiosamente disattesa da molti utilizzatori di SuperOp, che quasi ogni giorno si rivolgono al gruppo Facebook (riservato a chi adopera il prodotto) per chiedere lumi sulla mancata corrispondenza fra la ricettività organica indicata dal dispositivo e le loro sensazioni. Abbiamo spiegato poche righe fa la differenza tra un’autodiagnosi a caldo e la combinazione di una grande quantità di dati provenienti da cinque differenti parametri. Mi si potrà facilmente obiettare: “Ma se fino a ieri ci si allenava a sensazione!”. Benissimo, e si può continuare a farlo, come si può correre senza GPS e senza cardiofrequenzimetro, e come si può vivere senza televisore (o addirittura costruendosi una Kota nella foresta svedese). SuperOp è un validissimo strumento che, si badi, nulla toglie alla poeticità del gesto sportivo.

Ma soprattutto arrendiamoci: SuperOp funziona; viceversa, non sarebbe stato adottato da svariati atleti d’élite. E qui mi si obietterà: “Misurarsi la pressione ogni mattina, e dipendere dal dato di un’app, è un’assurda schiavitù”. Perché, avere un televisore tra le mura domestiche significa tenerlo sempre acceso e comportarsi come il protagonista del telefilm preferito?

Un atteggiamento ragionevole potrebbe essere quello di adoperare SuperOp in preparazione di un importante appuntamento sportivo, per poi lasciarlo nel cassetto nelle settimane di allenamenti blandi, quando non si hanno gare in vista. Oppure farne un utilizzo quotidiano come cartina di tornasole del proprio livello di stress, e sospenderne l’uso se si ha la consapevolezza di attraversare un periodo di rilassatezza e di pienezza di energie.

Nessuno strumento tecnologico è indispensabile, tutti gli strumenti tecnologici (seri) hanno la loro utilità. Il mio sospetto è che a dubitare di SuperOp siano gli stessi atleti che tendono a dubitare di tutto: di quell’integratore, di quel capo di abbigliamento tecnico, del tracciato di quella mezza maratona o del comitato organizzatore di quel triathlon: quelli, insomma, che vivono la pratica sportiva come un’ossessione e non come un divertimento.

Ma questa è una faccenda di cui, magari, parleremo un’altra volta.


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