Maratone, moralismo, buon senso

Come il resto d’Europa e del mondo, l’Italia è alle prese con una seconda ondata del cosiddetto Coronavirus. Seguo quotidianamente le notizie su giornali e tv, cerco di comportarmi nella maniera più coscienziosa possibile e assieme alla mia compagna non mi stanco di ripetere a mia figlia di otto anni tutte le norme igieniche e sociali che possano ridurre al minimo il rischio di contrarre il virus. Tuttavia.

Tuttavia, nutro ancora la speranza – sempre più flebile, naturalmente – di poter correre una maratona nel mese di dicembre, e non provo nessun senso di colpa, non mi sento una persona infantile né egoista né tanto meno irresponsabile; inoltre, soprattutto in questo periodo complicato mi auguro che chiunque possa disporre al meglio della propria libertà: della propria idea di libertà, ma anche della propria declinazione concreta di libertà.

Moralismo vs buon senso

Oggi (sto scrivendo nel tardo pomeriggio di giovedì 29 ottobre) ci sono ancora quattro maratone che resistono, cioè che non hanno ufficializzato il rinvio ad altra data: quelle di Latina e Sanremo (previste per domenica 6 dicembre) e quelle di Catania e Reggio Emilia (fissate per la domenica successiva: e proprio Reggio Emilia sarebbe stata la mia scelta, ed è per quella gara che sto impunemente preparandomi dalla metà di settembre).

Ebbene, il mio auspicio è che almeno una di queste quattro organizzazioni riesca a trovare il modo di confermare il proprio evento. Naturalmente, ma è davvero possibile dirlo senza risultare ingenui o compiaciuti?, nel pieno rispetto delle regole anti-contagio. Vallo a spiegare ai moralisti, che da qualche giorno stanno riaffiorando, pur sotto differenti spoglie; eh sì, perché così come pare improponibile un secondo lockdown (che si potrebbe chiamare clausura, ma va beh) sulla scorta di quello primaverile, allo stesso modo sembrano fuori tempo massimo le posizioni liberticide anti-podisti così in voga tra marzo e maggio. Eppure, si sa, “la storia si ripete sempre due volte: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa”: e adesso è di gran moda il runner autoflagellante che trova irrispettoso gareggiare in un momento simile.

Ma il discorso del rispetto direi che appartenga all’ambito della morale, ed è liquidabile in un baleno: per alcuni sarà irriguardoso correre in un momento simile, per altri sarà irriguardoso che alcuni giudichino irriguardoso correre in un momento simile, ciascuno si tiene la propria idea di giusto e sbagliato e morta lì. Ciò che importa davvero a tutti (e il tutti, cioè il benessere collettivo, è assai più importante della morale individuale) è che nessun comportamento – la partecipazione a una competizione podistica così come quella a una funzione civile o religiosa, a un pigiama party o a un’orgia – esponga qualcuno al rischio di contagio. Questa, però, è una faccenda che va rimessa al buon senso degli organizzatori e degli atleti.

Per esempio. Un podista sconosciuto mi avvicina a fine gara, privo di mascherina, per condividere con un abbraccio (e magari, brrr, con un selfie) la fatica comune? Beh: se sono un fesso accetto, viceversa declino con un sorriso.

Ma perché qualcun altro deve consigliarmi cosa fare o non fare? Beh: perché, amici lettori, dobbiamo arrenderci al fatto che il podismo sia diventato un fenomeno sociale, una moda, e oggi le mode (o meglio: i cascami delle mode) dilagano sui social, dove purtroppo la media delle discussioni è bassina, mentre altissimo è il desiderio di apparire. E dal momento che non c’è vaglio condiviso, sui social, per distinguere gli esperti di una materia dai cialtroni, non c’è filtro che mostri le differenze tra una persona avvertita e un saccente, tutto è rimesso alla coscienza critica individuale. Ma chi ne è scarsamente provvisto, facilmente confonderà le parole di uno con quelle dell’altro, le percepirà come equivalenti, o peggio ancora farà propri i concetti esposti in modo più elementare, diretto, diciamo pure rozzo, purché siano i più paternalistici e immediatamente consolatori.

È bellissimo dedicare una porzione minima del mio tempo alla lettura di questi pseudodibattiti, insistere ad allenarmi e sbirciare quotidianamente i siti delle quattro maratone dicembrine, continuando a confidare di poterne correrne una, divertirmi, stare bene, ben attento a preservare gli altri dai miei spruzzi di saliva e dal mio moralismo.



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Claudio Bagnasco
Claudio Bagnasco è nato a Genova nel 1975. Suoi brani narrativi e saggistici sono apparsi su vari blog e riviste. Ha pubblicato alcuni libri, tra cui i romanzi "Silvia che seppellisce i morti" (Il Maestrale 2010) e "Gli inseguiti" (CartaCanta 2019), e la raccolta di racconti "In un corpo solo" (Quarup 2011). Ha curato il volume "Dato il posto in cui ci troviamo. Racconti dal carcere di Marassi" (Il Canneto 2013). Il 31 ottobre 2019 è uscito il suo saggio "Runningsofia. Filosofia della corsa" (il Melangolo). Con Giovanna Piazza ha ideato e curato il blog letterario "Squadernauti", che dalla primavera del 2019 è diventato rivista cartacea. Ha ideato Bed&Runfast (https://bedandrunfast.com/), il punto d'incontro fra il mondo del podismo e quello delle strutture ricettive. Dal 2013 abita a Tortolì, dove gestisce un B&B con la sua compagna, corregge testi, insegna le parole difficili a sua figlia e corre.