Come ho scritto qui, finora non ero mai riuscito a correre la Mezza di Genova, la mezza maratona della mia città, giunta quest’anno alla sua quindicesima edizione. Ho invertito la tendenza, come si dice oggi, il 14 aprile 2019, e in queste righe voglio raccontarvi brevemente come è andata.

Prima

MezzaGenova_medaglia

Ho partecipato alla White Marble Marathon dello scorso 24 febbraio, e dopo una settimana di pausa forzata (come impone il mio allenatore, Fulvio Massini) ho avuto a disposizione sei settimane per preparare la mezza. Più cinque che sei, in realtà, dovendo dedicare la prima a corse a ritmi blandi o ripetute brevi senza forzare troppo, per consentire alla muscolatura di recuperare completamente dallo sforzo della gara regina.

L’allenamento che mi ha dato più soddisfazione in vista della mezza maratona è stato una sessione di otto ripetute sui 1000 metri con recupero attivo di un minuto e mezzo tra l’una e l’altra. C’è poco da fare: quando si sta bene (quando le gambe girano, si dice in gergo), anche la fatica intensa assume un sapore più dolce; e quel giorno le mie gambe hanno girato.

L’aereo che mi attendeva a Cagliari la mattina di martedì 9 aprile mi avrebbe fatto trascorrere un’intensa settimana genovese: non solo perché avrei rivisto, io ormai da anni residente in Sardegna, luoghi e volti amici, ma anche per alcuni importanti appuntamenti, compresi i due domenicali di carattere sportivo: la Mezza di Genova la mattina, il derby della Lanterna di pomeriggio.

Ho svolto gli ultimi due allenamenti pre-gara in città: il primo nella pista di atletica della Sciorba, la rifinitura del venerdì lungo il Bisagno, concedendomi il vezzo di fare i cinque allunghi finali sotto lo stadio Luigi Ferraris.

E adesso a noi due, Mezza di Genova.

Durante

MezzaGenova_gruppo

Dal venerdì le previsioni meteorologiche sono mutate una dozzina di volte, sino ad attestarsi su indicazioni poco confortanti: domenica mattina avrebbe piovuto, e nemmeno piano. Con i tre amici che avrebbero corso con me (oltre a Matteo e Paolo, di cui parlo nell’articolo segnalato in apertura, da Savona ci avrebbe raggiunti Andrea) ci siamo dati due appuntamenti: uno al coperto e uno, spudoratamente ottimistico, sotto il Bigo. L’ottimismo ha pagato, e la pioggia fine che ci ha accompagnati dal risveglio sarebbe cessata pochi minuti prima della partenza. Incontro Luca, che scopro correrà come me la Cortina-Dobbiaco il prossimo 2 giugno, e Andrea – esperto trailista – il quale affiancherà Matteo, suo amico di vecchia data, alla ricerca del personal best.

Un paio di minuti prima del via, emozionato come un bambino, avvio la ricezione del GPS sul mio orologio; i secondi passano ma non c’è nulla da fare: il GPS non aggancia il segnale. Dopo qualche imprecazione mi dico che è giusto così: mi godrò la gara, e agirò d’istinto.

Si parte. I primi chilometri sono un po’ nervosi, si sale per Principe e poi verso Piazza De Ferrari; inizialmente sto con i pacer dell’ora e 38, poi – memore dei consigli dell’amico Sandro – rallento appena, per non impiccarmi. Riesco quindi a godermi la discesa per via XX Settembre in totale scioltezza, così come il tratto di andata di Corso Italia, in lieve ma costante salita. Si svolta in direzione sopraelevata, incrocio Matteo e Andrea, ci sproniamo a vicenda, ogni tanto chiedo ai runner vicino a me il chilometraggio e la velocità che stiamo tenendo, sto faticando ma non in modo eccessivo. Imbocchiamo la sopraelevata, sono commosso dalla gioia ma devo stare concentrato; l’obiettivo iniziale era di stare tra l’ora e 36 e l’ora e 37, a questo punto dubito che riuscirò (i pacer dell’ora e 38 sono poche decine di metri davanti a me) ma mi do l’obbligo di chiudere sotto l’ora e 40.

Anche qui si va in leggera salita. Poco dopo aver superato l’uscita che conduce al Porto Antico, e che imboccherà chi sta partecipando alla CorriGenova (di 13 chilometri), incrociamo la coppia in testa alla gara, e via a seguire gli altri. La lievità della corsa primi mi restituisce un ambivalente sentimento di ammirazione e imbarazzo. Giù dalla sopraelevata e via nel porto, per aggirare la Lanterna: si tratterà pure di una deviazione obbligata, dopo la tragedia dello scorso 14 agosto, ma prego l’organizzazione di mantenere anche in futuro questo tracciato. Svolto e incrocio un altro Andrea, stavolta conosciuto alla White Marble Marathon. Prima di imboccare la rampa che ci rimette in sopraelevata per gli ultimi chilometri, vedo sopra di me Paolo che sta uscendo dal segmento di andata: mi sbraccio, urlo e riurlo il suo nome finché anche lui non mi individua e risponde con un cenno. Glielo dovevo, per diversi motivi. Il reciproco riconoscimento mi dà le energie per affrontare di slancio la rampa in salita e col vento contrario. Ma stavolta la sopraelevata è in discesa, e la condotta di gara fin qui conservativa mi permette di far andare un po’ le gambe. Un podista che mi è di fianco mi fa notare che stiamo tenendo più o meno lo stesso passo da un bel numero di chilometri, confermo e gli chiedo ragguagli sulla velocità media: stiamo andando a 4’35” e il diciannovesimo chilometro si avvicina. Gli propongo di accelerare un po’ dal ventesimo, lui annuisce precisando Sempre che il dolore al piriforme me lo permetta; e invece – appena oltrepassata la bandiera con la segnalazione del ventesimo – mi pianta lì. Accelero, accelero, accelero, sono sempre più felice, prendo di gran carriera la rampa in discesa, devio a destra, entro nel Porto Antico, scoprirò poi di aver corso quest’ultimo chilometro sotto i 4’20”, mi spremo negli ultimi duecento metri, fermo l’orologio (che, almeno nel rilevare il tempo trascorso, non ha smesso di funzionare), real time 1h39’46”.

Dopo

Attendo gli amici. Tutti, chi con una gestione della gara scrupolosa chi simpaticamente dissennata, hanno comunque centrato il proprio obiettivo. Ci facciamo scattare la foto che vedete, corriamo alle automobili, ci attendono una rapidissima doccia, il pranzo e il derby (che, tra parentesi, per quanto mi riguarda è andato altrettanto bene).

Tornando a noi: la Mezza di Genova è semplicemente bellissima quanto a percorso, organizzazione e… carico emotivo, quanto meno per me, che ho scelto di allontanarmi dalla Superba.

Ma nei prossimi anni sarà molto difficile che io mi tenga lontano da questa meravigliosa gara.


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Claudio Bagnasco
Claudio Bagnasco è nato a Genova nel 1975. Suoi brani narrativi e saggistici sono apparsi su vari blog e riviste. Ha pubblicato alcuni libri, tra cui i romanzi "Silvia che seppellisce i morti" (Il Maestrale 2010) e "Gli inseguiti" (CartaCanta 2019), e la raccolta di racconti "In un corpo solo" (Quarup 2011). Ha curato il volume "Dato il posto in cui ci troviamo. Racconti dal carcere di Marassi" (Il Canneto 2013). Il 31 ottobre 2019 è uscito il suo saggio "Runningsofia. Filosofia della corsa" (il Melangolo). Con Giovanna Piazza ha ideato e curato il blog letterario "Squadernauti", che dalla primavera del 2019 è diventato rivista cartacea. Ha ideato Bed&Runfast (https://bedandrunfast.com/), il punto d'incontro fra il mondo del podismo e quello delle strutture ricettive. Dal 2013 abita a Tortolì, dove gestisce un B&B con la sua compagna, corregge testi, insegna le parole difficili a sua figlia e corre.

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