Promemoria: lo sport deve rendere felici

Più di una volta, in questo spazio, ho ironizzato sulla larga percentuale di podisti amatori che si prende eccessivamente sul serio: correre con dedizione e costanza è attività quanto mai appagante, ma la sovraesposizione alle endorfine può tirare brutti scherzi. Non solo, cioè, può far perdere di vista il proprio reale valore atletico, ma soprattutto rischia di farci dimenticare che per noi amatori, che non facciamo dell’attività fisica un mestiere, lo sport deve (non dico può, bensì deve) farci semplicemente stare meglio al mondo. Deve renderci, per quanto possibile, felici.

All you need is sport

A ricordare agli sportivi amatoriali di ogni età la funzione di educazione individuale e sociale dello sport (perché una persona felice grazie allo sport sarà più consapevole sia come individuo che come cittadino) ha pensato un libro a più mani: All you need is sport. Agonismo sociale e felicità inclusiva, curato da Paolo Crepaz e uscito nell’ottobre del 2019 per Erickson.

I differenti bagagli umani e professionali degli autori coinvolti permettono di osservare da diverse prospettive lo sport: tuttavia, curiosamente (ma forse non troppo), ogni intervento pare ribadire il medesimo, prezioso, concetto. Vediamoli, con necessaria rapidità, uno per uno.

La prima e più breve parte del libro, La parola ai testimoni, è affidata a quattro sportivi professionisti, la cui carriera è stata segnata da particolari difficoltà o infortuni. Se il pallavolista Jack Stintini introduce l’importante concetto del “saper stare nel fallimento”, la ciclista e bobbista Antonella Bellutti parla con encomiabile modestia dell’autenticità trovata non in corrispondenza dei due ori olimpici, ma oggi che gestisce una piccola e isolata struttura ricettiva. La scialpinista e alpinista Tamara Lunger, similmente, ha scoperto la propria dimensione più vera una volta diminuita l’intensità della pratica agonistica, e il calciatore Damiano Tommasi è stato capace di uscire dalla torre d’avorio di tanti suoi colleghi e riconoscere il football come potenziale strumento di coesione sociale.

La seconda parte, intitolata emblematicamente La parola agli esperti, si apre con l’intervento del curatore del volume e medico dello sport, Paolo Crepaz, che spiega come attraverso lo sport si possa costruire e coltivare la felicità. Gli fa eco lo psicologo dello sport Giuseppe Vercelli, che ripropone da un punto di vista più strettamente scientifico il concetto di allenamento alla felicità. Il sacerdote Alessio Albertini, fratello dell’ex calciatore e oggi dirigente sportivo Demetrio, mostra come lo sport educhi a una corretta considerazione di sé, nel giusto equilibrio tra capacità di mettersi in gioco e in relazione da un lato, e dall’altro di accettazione dei limiti. I successivi contributi di Luca Grion, docente di filosofia morale, e di Giuseppe Milan, docente di pedagogia interculturale e sociale, ribadiscono in fondo concetti analoghi: lo sport può aiutare a trovare il punto di equilibrio tra esigenze dell’io e di socialità, attenzione a sé e apertura all’altro. Lucia Castelli, docente di psicopedagogia e insegnante di educazione fisica, addita i problemi di genere legati allo sport in Italia (dove le percentuali delle donne che praticano una disciplina sportiva, così come quelle che rivestono ruoli dirigenziali, è ancora fortemente minoritario) e suggerisce alcune possibili strade verso la parità di genere. Docente universitario e coordinatore del corso di laurea in Scienze delle attività motorie e sportive, Andrea Ceciliani illustra la delicata funzione dell’adulto (troppo spesso desideroso di intervenire, delimitare, frenare) nel gioco dei bambini. Tocca a Serafino Rossini, laureato in pedagogia e filosofia teoretica nonché insegnante di educazione fisica, dirci dell’importanza dello sport nella costruzione del sé, e introdurre il concetto di obliquità, vista come attenzione alle specifiche esigenze psicofisiche di ciascuno. Chiudono il libro i contributi dello psicologo Santo Rullo e dello specialista in scienze motorie Francisco Sebok: Rullo indica l’importanza dello sport in presenza di un disturbo mentale, e Sebok come fattore di riscatto nei contesti di disagio sociale.

Una voce sola

Questa rassegna che forse, per motivi di spazio, vi avrà lasciati col fiato corto, è stata tuttavia doverosa: intanto per omaggiare una serie di autori che hanno fornito, tutti, stimolanti spunti di riflessione. E poi perché, come abbiamo già detto, c’è una sorprendente convergenza, a prescindere dalla formazione intellettuale ed esistenziale di ciascuno di essi: tutti sono convinti che lo sport, a qualunque età lo si pratichi, possa avere un ruolo centrale nella consapevolezza fisica e psicologica di sé, e possa inoltre insegnare a essere individui più consapevoli, aperti, inclini al dialogo, democratici.

E, in definitiva, più felici.



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Claudio Bagnasco
Claudio Bagnasco è nato a Genova nel 1975. Suoi brani narrativi e saggistici sono apparsi su vari blog e riviste. Ha pubblicato alcuni libri, tra cui i romanzi "Silvia che seppellisce i morti" (Il Maestrale 2010) e "Gli inseguiti" (CartaCanta 2019), e la raccolta di racconti "In un corpo solo" (Quarup 2011). Ha curato il volume "Dato il posto in cui ci troviamo. Racconti dal carcere di Marassi" (Il Canneto 2013). Il 31 ottobre 2019 è uscito il suo saggio "Runningsofia. Filosofia della corsa" (il Melangolo). Con Giovanna Piazza ha ideato e curato il blog letterario "Squadernauti", che dalla primavera del 2019 è diventato rivista cartacea. Ha ideato Bed&Runfast (https://bedandrunfast.com/), il punto d'incontro fra il mondo del podismo e quello delle strutture ricettive. Dal 2013 abita a Tortolì, dove gestisce un B&B con la sua compagna, corregge testi, insegna le parole difficili a sua figlia e corre.