La corsa e oltre

Chi scrive ha più volte dichiarato non solo di essere un purista della corsa su asfalto, ma pure – civettuolo che non è altro – di guardare non senza sospetto agli amanti della corsa in natura, o trail running che dir si voglia. Il dubbio più grande è legato al fatto che i sentieri spesso impervi e i tracciati di lunghezza vieppiù abnorme impediscono la fluidità del gesto atletico che caratterizza ad esempio un buon maratoneta, non necessariamente professionista. Insomma: gli ultratrail, centinaia di chilometri con dislivelli positivi che mettono il fiatone anche solo a pronunciarli, fanno somigliare certe competizioni più a prove di sopravvivenza che non a eventi sportivi. Tuttavia.

L’ascesa degli ultrarunner

Tuttavia, libri come L’ascesa degli ultrarunner. Un viaggio ai limiti della resistenza umana, scritto da Adharanand Finn e pubblicato in Italia da Piano B nel luglio del 2020 (traduzione di Antonio Tozzi), rendono ben più complicata la questione. Non perché facciano vacillare le fondamenta della mia tesi, ma semmai proprio perché la avallano: la vita di chi corre gli ultratrail è un costante corpo a corpo con i propri limiti, una reazione al (un rifiuto del) nostro ruolo quotidiano di buon cittadino, buon partner, buon genitore. Leggiamo alle pp. 336-7: “Le vere motivazioni sembrano sempre andare oltre le ragioni che riusciamo a fornire. Certo, vogliamo vincere, vogliamo finire, vogliamo fare del nostro meglio, vogliamo trovare il nostro limite, vogliamo rendere qualcuno orgoglioso. Tutto questo. Eppure niente di tutto questo riesce a spiegarlo. È una voglia insondabile, un richiamo profondo, primordiale, di stare là fuori, di affrontare l’oblio e spingersi dall’altra parte”.

Il libro, scritto da un giornalista freelance britannico già autore di altri fortunati volumi sul podismo, è il resoconto del proprio apprendistato da ultrarunner, attraverso una serie di appuntamenti sempre più ardui e sfiancanti sino ad arrivare all’Ultra-Trail du Mont Blanc, uno degli approdi più ambiti dagli appassionati della corsa in natura.

Di ogni gara sono descritti gli incontri (sia con atleti sconosciuti, compagni di strada per qualche chilometro, che con i più forti ultrarunner del mondo, magari per un’intervista), i patimenti, le gioie, gli attimi di crisi e quelli in cui il corpo – spesso pochi momenti prima della decisione di abbandonare – torna inopinatamente a essere innervato di energie.

È, per dirla con un quasi ossimoro, la cronaca di una passione, riportata con grande onestà, senza il minimo compiacimento e anzi con garbata autoironia (atteggiamento che fa perdonare a Finn una certa ripetitività nel proporre al lettore il concetto secondo cui i veri limiti sono ben al di là di quanto immaginiamo).

L’autore si domanda in più occasioni, e lo chiede anche a diversi campioni di questa disciplina, se il cimentarsi in certe imprese non scaturisca da una prospettiva narcisistica. Il principale dilemma per chi affronta le lunghe distanze, diciamo dalla maratona in su, è dunque: si corre per demolire o per rafforzare l’io? Sono ormai svariati gli autori che hanno cercato di addentrarsi in questo problema di non facile soluzione (tra i volumi in lingua italiana sull’argomento segnalo sempre con particolare piacere Lungo lento. Maratona e pratica del limite di Paolo Maccagno).

Inoltre, su noi maratoneti aleggia una seconda grande domanda: le ultramaratone e gli ultratrail non saranno forse troppo, ossia delle esibizioni del tutto slegate dai concetti di sport e di prestazione atletica? O al contrario, ed ecco perché ho scritto che L’ascesa degli ultrarunner complica la questione, chi partecipa alle ultra ha semplicemente più coraggio di chi si “accontenta” di percorrere quarantadue chilometri e centonovantacinque metri, ovvero è capace di inoltrarsi assai più in là nel percorso di abbandono degli agi e delle sicurezze usuali, alla ricerca del nostro nucleo più primitivo e autentico?

Non ditelo a nessuno, ma dopo la lettura del libro di Finn mi è venuta una gran voglia di trovare il percorso adatto, correre, correre, correre e vedere cosa sarà di me.



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Claudio Bagnasco
Claudio Bagnasco è nato a Genova nel 1975. Suoi brani narrativi e saggistici sono apparsi su vari blog e riviste. Ha pubblicato alcuni libri, tra cui i romanzi "Silvia che seppellisce i morti" (Il Maestrale 2010) e "Gli inseguiti" (CartaCanta 2019), e la raccolta di racconti "In un corpo solo" (Quarup 2011). Ha curato il volume "Dato il posto in cui ci troviamo. Racconti dal carcere di Marassi" (Il Canneto 2013). Il 31 ottobre 2019 è uscito il suo saggio "Runningsofia. Filosofia della corsa" (il Melangolo). Con Giovanna Piazza ha ideato e curato il blog letterario "Squadernauti", che dalla primavera del 2019 è diventato rivista cartacea. Ha ideato Bed&Runfast (https://bedandrunfast.com/), il punto d'incontro fra il mondo del podismo e quello delle strutture ricettive. Dal 2013 abita a Tortolì, dove gestisce un B&B con la sua compagna, corregge testi, insegna le parole difficili a sua figlia e corre.