Sabato 12 ottobre 2019, a Vienna, Eliud Kipchoge ha corso una maratona col tempo, non omologato, di 1h59’40”, e il novantacinque per cento della popolazione terrestre adulta si è sentita in dovere di fornire il proprio punto di vista sull’episodio.

Come potersi sottrarre? Magari, a distanza di qualche giorno, cerchiamo di farlo con un po’ di sovreccitazione in meno rispetto alla media degli scriventi.

Perché sì?

Perché esaltarsi per un simile pseudorecord? Perché corona la carriera di un atleta eccezionale (non solo il più forte maratoneta di tutti i tempi, ma anche uno dei più grandi atleti tout court di sempre), e perché ci suggestiona l’idea che un umano abbia corso per la prima volta una maratona impiegando meno di due ore.

Perché no?

Perché non esaltarsi per un simile pseudorecord? Perché è avvenuto in condizioni diciamo così non standard: lungo un percorso ad anello ripetuto quattro volte, stando ben attenti a seguire una linea segnata col laser che consentiva di non sprecare nemmeno un metro (ditelo a noi amatori, che quando stoppiamo il GPS dopo una gara regina – a furia di zigzag – di solito scopriamo di aver corso dai 42500 metri in su), con un numero impressionante di lepri, un paio di scarpe simili piuttosto a motori a razzo, eccetera eccetera.

Quindi?

Questi sono i dati oggettivi cui attenersi. Il resto è conseguenza di un’esaltazione collettiva, e a noi le esaltazioni collettive non piacciono (vero?), perché nella storia dell’umanità hanno creato non pochi pasticci.

“Questa prestazione ha spostato un po’ più in là il senso dell’atletica…”, “Questa prestazione dimostra che i limiti sono solo nella nostra testa” e via discorrendo.

Sciocchezze. Sonore sciocchezze. Se i limiti fossero solo nella nostra testa, domani io potrei alzarmi, fare colazione, indossare scarpe, pantaloncini e canottiera, scendere in strada fischiettando l’Inno alla gioia e – dopo adeguata concentrazione – correre una maratona in un’ora e mezza.

Il fatto è che gli umani hanno bisogno di quantificare, di adottare cifre-simbolo, per non sentirsi spersi: si festeggiano i compleanni, gli anniversari di un evento, si è atteso con stupore e timori apocalittici il passaggio al nuovo millennio (che alcuni, deboli in matematica, pretendevano di anticipare al 2000 anziché attendere il 2001) e così via. Si ricercano affannosamente pillole di onnipotenza per scongiurare il terrore della solitudine cosmica, della morte. Lo si è sempre fatto, per carità: il guaio è che negli ultimi anni questa debolezza pare essere assurta a virtù cui conformarsi.

A me sembra invece che il 2h01’39” fatto dallo stesso Kipchoge a Berlino nel 2018 sia un risultato già sufficientemente straordinario; così come il freschissimo primato mondiale di maratona femminile, che Brigid Kosgei ha fatto suo domenica 13 ottobre a Chicago con il meraviglioso tempo di 2h14’04” (migliorando di ben ottantuno secondi l’ormai antico record di Paula Radcliffe, realizzato nel 2003).

Basta attendere, ragazzi, e Kipchoge stesso – o qualche altro futuro atleta di pari o superiore grandezza – infrangerà finalmente il muro delle due ore in una gara omologata. Magari senza il contorno della (spiacevole) operazione di marketing per la quale la prestazione di Eliud è stata organizzata; operazione che con la nobilissima atletica – fatta di sudore, silenzio, fatica e disciplina – non ha niente a che fare.

Ma non è facile dirlo a noi amatori; proprio noi, sì, inclini al selfie prima durante e dopo ogni allenamento; noi che ci iscriviamo alle gare in base non alla bellezza del percorso ma alla generosità del cosiddetto terzo tempo (che è peraltro un’aberrazione logico-grammaticale: il terzo tempo ha luogo nel rugby, dopo che si sono giocati due tempi di una partita. Mi dite dove sono i due tempi, in una competizione podistica?); noi che compriamo calze a compressione da novanta euro per correre dieci chilometri in quarantotto minuti.

Insomma, cari podisti veloci e lenti, forse sarebbe sufficiente ricordarci che la bellezza del correre sta solo nel… correre. Ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni.

(Questa frase devo averla già sentita da qualche parte).


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Claudio Bagnasco
Claudio Bagnasco è nato a Genova nel 1975. Suoi brani narrativi e saggistici sono apparsi su vari blog e riviste. Ha pubblicato alcuni libri, tra cui i romanzi "Silvia che seppellisce i morti" (Il Maestrale 2010) e "Gli inseguiti" (CartaCanta 2019), e la raccolta di racconti "In un corpo solo" (Quarup 2011). Ha curato il volume "Dato il posto in cui ci troviamo. Racconti dal carcere di Marassi" (Il Canneto 2013). Il 31 ottobre 2019 è uscito il suo saggio "Runningsofia. Filosofia della corsa" (il Melangolo). Con Giovanna Piazza ha ideato e curato il blog letterario "Squadernauti", che dalla primavera del 2019 è diventato rivista cartacea. Ha ideato Bed&Runfast (https://bedandrunfast.com/), il punto d'incontro fra il mondo del podismo e quello delle strutture ricettive. Dal 2013 abita a Tortolì, dove gestisce un B&B con la sua compagna, corregge testi, insegna le parole difficili a sua figlia e corre.

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