Il podismo è uno sport di moda, i libri sul podismo pubblicati di recente sono dunque molti (troppi?) e verso di essi l’estensore di questo articolo – che, masochisticamente, se li legge quasi tutti – nutre i più disparati sentimenti: si va dall’idiosincrasia totale verso libercoli scritti malino, pieni di inesattezze scientifiche e dalla trama soporifera (il cui canovaccio-tipo è: ero obeso ma adesso che ho preparato e corso una maratona nessuno ride più di me) sino alla piena ammirazione nei confronti, ad esempio, di volumi come i due brevemente recensiti qui.
Complessa e contraddittoria è invece la gamma di sensazioni che hanno accompagnato la lettura del Manuale completo della corsa, volumone di oltre 500 pagine scritto da Hans van Dijk e Ron van Megen, e proposto ai lettori italiani da Elika Editrice nel giugno del 2019 (traduzione di Agnese Scortichini). Vediamo, nelle righe che seguono, di presentare l’opera e di giustificare la mia affermazione.
I due autori del Manuale, podisti amatori di lungo corso, tentano un’impresa ai limiti della follia: in estrema sintesi, quella di concepire la corsa come un insieme di azioni del tutto misurabili, partendo dal concetto-base della potenza generata dal “motore” umano.
In questo senso, il volume colpisce per vastità di argomenti trattati e acribia nel documentare ogni affermazione. Gli esempi potrebbero essere numerosissimi; elenchiamone alcuni: sono calcolati con grande rigore il costo energetico della corsa a seconda dell’età, del peso, dell’economicità del gesto atletico, della pendenza del terreno e degli aspetti climatici più disparati (quota, temperatura, umidità, resistenza dell’aria…).
Una sezione è poi dedicata al beneficio, secondo i due autori innegabile, della corsa con i misuratori di potenza (strumenti già da anni adoperati nel ciclismo, e di recente utilizzo anche nel running). Nell’ultima parte, la più discorsiva e affabile, vengono sfatati alcuni miti sul podismo, ormai più che radicati (tra cui la presunta efficacia del succo di barbabietola).
A questo punto la domanda è: come porsi davanti a un approccio simile? Anzitutto, direi, con doverosa ammirazione, visto il lavoro ponderoso e di certo serissimo svolto dai due autori del Manuale, che sembrano quasi alla ricerca di una formula-passepartout capace di calcolare in modo ineludibile le potenzialità e i limiti di ogni corridore calato in qualunque situazione.
È tuttavia impossibile non farsi assalire da qualche dubbio: pare del tutto assente, in questa disamina così puntuale, l’aspetto psicologico, che invece – come ciascuno di noi podisti sa – gioca un ruolo di primaria importanza nelle nostre più o meno memorabili performance, e spesso riesce a ribaltare i pronostici: quante volte ci è capitato di allenarci meravigliosamente nonostante, magari, le poche ore di sonno, o di bucare una gara per la quale viceversa ci sentivamo prontissimi?
Ma dopo tesi e antitesi mi sento di chiudere con una sintesi che lascia aperta una possibile interpretazione suggestiva: cosa sono, in fondo, i parametri psicologici? E se tutto ciò che noi riteniamo ineffabile fosse invece misurabilissimo? E se il cattivo umore, la stanchezza, l’irritabilità, la pigrizia non fossero che reazioni chimiche del nostro organismo, che magari un giorno van Dijk e van Megen sapranno ridurre a formula? Ve lo dice uno che, qualche anno fa, ha avuto il privilegio di colloquiare con Giuseppe Trautteur, un grande cibernetico, secondo il quale il libero arbitrio – per dirla semplificando al massimo – non esisterebbe.
Per cui, in conclusione: chissà in quale percentuale agiscono gli elementi analizzati nel Manuale completo della corsa (che si dichiara sfacciatamente esaustivo sin dal titolo) e quale parte abbiano invece elementi altri. Di certo, il libro dovrebbe essere letto con attenzione da tutti i runner, pur consci del fatto – concediamocelo – che la bellezza della corsa non potrà mai essere ridotta a nessun teorema matematico. Ma questo anche i due autori, che in alcune foto inserite nel volume corrono con un sorriso beato, lo sanno.
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